COMUNICATO STAMPA Villa Geno: dopo 6 anni: una mezza sconfitta.
A luglio del 2003 , dopo una battaglia
durissima in Consiglio comunale, una maggioranza tenuta insieme da diktat, si era frantumata per ben 3 volte e poi faticosamente ricomposta sulla
concessione dell’area della fontana di viale Geno.
.La mozione dei Verdi per il ritiro della concessione (di
Giunta) dell'area antistante la fontana creava imbarazzo e scompiglio ,
ma non sarebbe passata. Approfittando del clima di tensioni interne,
l'allora nostra consigliera Patelli aveva presentato quindi , subito
dopo la seconda riunione di maggioranza, l’emendamento sugli orari di
accesso al pubblico fino alle ore 23 in estate che aveva creato nuovi
disaccordi e nuove contrapposizioni. Non a caso l’assessore Lionetti si
sarebbe poi soffermato a lungo nel cortile di Palazzo Cernezzi dopo il
Consiglio lanciando improperi contro l’emendamento e contro chi nella
maggioranza l’aveva votato. Gli unici infatti a opporsi strenuamente
persino al prolungamento degli orari di accesso erano stati il gruppo
dei fedelissimi di Forza Italia (Bruni,Buono,
Gatto, Lombardi, Pastore, Quagelli , Rallo) più il solo capogruppo della
Lega.
Non si era trattato certo di una vittoria a tutto campo poiché ' la
mozione originaria chiedeva il ritiro della concessione dell'area
attorno alla fontana , dove i gestori del ristorante adiacente
posizionavano i tavolini dietro corresponsione di un canone irrisorio
rispetto al suo valore.:. Tuttavia la modifica degli orari di accesso
all’area metteva un po’ i bastoni fra le ruote: se e ‘ vero da una
parte, che i cittadini venivano espulsi grazie alla concessione ,
dall’altra il libero accesso sulla stradina interna fino alle ore 23
disturbava i piani dei gestori del Ristorante che prevedevano di serrare
i cancelli all’ora di cena , per garantire ai loro ospiti esclusivi un
altrettanto esclusivo panorama sul lago e sulla città. E' da ricordare
inoltre che la prima domanda da parte del ristoratori riguardava tutta
l’area al di là del cancello principale, ivi compresa quindi la
passeggiata, parte non demaniale che sarebbe stata soggetta quindi ad
una tariffa di occupazione diversa.
Considerato il parere contrario degli uffici tecnici, la prevedibile
poca popolarità del provvedimento e,presumo,i costi maggiori della
stradina (in quanto non demaniale), la richiesta e’ stata rinviata ed e’
riapparsa in forma diversa:dalla concessione veniva stralciata la
passeggiata pubblica, che veniva comunque sottratta all’uso pubblico a
partire dalle ore 21 e fino alle 10(prima del ns emendamento). Gli
uffici demaniali non potevano sottrarsi alla richiesta a meno di avere
un ‘indicazione da parte dell’Amministrazione in nome della “pubblica
utilità” e la Giunta ,invece nonostante il parere contrario del Settore
Centri Storici e Beni Ambientali del Comune e' stata la vera supporter
della concessione .La concessione dell'area a parco avrebbe dovuto
essere " revisionata" nel dicembre 2003, cosa di cui non abbiamo
notizia,.
L'emendamento Patelli per il mantenimento dell'accesso pubblico fino a
tarda sera rappresentava una grana
.Nel tempo invece, per un motivo o per l'altro gli orari non sono stati
mai rispettati, a dispetto delle proteste e delle e continue denunce
della Patelli.
Ora i cedimenti del muretto diventano pretesto per l'Amministrazione per
una chiusura totale ( ai cittadini ma non ai clienti del ristorante e
alle loro macchine.) Il cerchio si chiude.
Edi Borgianni del Coordinamento Verdi di Como
la Provincia 24 giugno 2009
Cedro, ultimo atto: rimosso il ceppo
Ultimo atto, ieri mattina, dell'odissea del cedro di piazza Verdi,
di fronte al Teatro Sociale.
Gli
operai incaricati della ristrutturazione della piazza, hanno rimosso
anche il ceppo dell'albero tagliato la scorsa settimana tra infinite
polemiche. Ora si può davvero voltare pagina.
A proposito di Rifiuti
Zero
La questione dello smaltimento di rifiuti è una delle sfide più
complesse della nostra epoca. Partiti dalle discariche, passati per gli
inceneritori, condizionati dalle proposte di ciclo integrato; molte
realtà locali oggi optano per la tendenza al “zero waste - rifiuti
zero”. Lo “zero waste” è una strategia ambientale basata sulla
considerazione che lo smaltimento dei rifiuti non è un problema
tecnologico ma un problema di progettazione industriale e di
responsabilità delle comunità sociali, dei produttori e distributori,
dei referenti politici. Cioè, in sintesi, se un prodotto non può essere
ridotto, riusato, riparato, ricostruito, riattato, rivenduto, riciclato
o biodegradato, allora dovrà essere ristretto, ridisegnato o rimosso
dalla produzione.
Questa filosofia è stata già sposata da grandi colossi economici come la
catena di distribuzione americana Wall Mart, Hewlett Packard, l’Apple,
la Xerox Corp. Nel caso della Wall Mart l’aver sposato lo zero waste
philosophy le garantirà un risparmio pari a 500
milioni di dollari
l’anno. In Canada ad esempio l’industria della birra usa contenitori di
vetro riutilizzabili da 50 anni, con un recupero del 98% ,e li riusa
almeno 18 volte,risparmiando e creando un indotto occupazionale di 2000
addetti nel settore del recupero e della pulizia dei contenitori.
. Una tale concezione dei rifiuti è assolutamente in antitesi con
l’utilizzo delle discariche e degli inceneritori di qualsiasi tipo e
generazione (dissociatori, gassificatori, torce al plasma, centrali
elettriche o cementifici alimentati a rifiuti); rifiuti zero non ammette
la produzione di CDR. L’esperienza di città come San Francisco (850.000
abitanti, e circa 70% di riciclato) e New York, o come Novara, per
restare in Italia, ci dimostrano che la realizzazione di Rifiuti Zero è
solo una questione di responsabilità, volontà e cultura. Al posto di un
inceneritore, che fornisce pochi posti di lavoro, meglio attivare tante
attività di riciclo, riparazione, riuso. Cosi’ creiamo piu’ lavoro e
difendiamo l’ambiente.
In tempi di crisi la tendenza a Rifiuti Zero è più che mai
un’opportunità anche per una In tempi di crisi la tendenza a Rifiuti
Zero è più che mai un’opportunità, in particolare per una
Amministrazione virtuosa che, quando ben amministra, nel senso che si fa
carico dei necessari costi e parallelamente recupera i possibili
guadagni, riesce a diminuire l’esborso dei contribuenti.
E’ dimostrato che dove si aumenta la differenziata i costi per l’utenza
diminuiscono, a meno che si regali il ricavato del materiale riciclabile
a qualche azienda privata amica.
A Como vige tutt’ora il paradosso della proroga eterna del servizio e
dell’elusione perpetua di una gara vera e propria, con progressiva
esternalizzazione delle fasi più remunerative del processo. Ciliegina
sulla torta: gli Amministratori comaschi annunciano che col servizio di
differenziata porta-a-porta di ben 5 frazioni separate, i costi per il
cittadino aumenteranno. E perche’ mai? E chi si prende il ricavato
vetro, plastica-lattine, carta,etc?
Certamente finora la politica del bruciare il piu’ possibile ha reso
bene, considerati gli sciagurati incentivi Cip6, cioè la possibilità per
Acsm di rivendere l’energia ottenuta dall'incenerimento dei rifiuti ad
un prezzo fino a 6 volte maggiore il costo normale. Questo imbroglio del
Cip6, purtroppo, lo paghiamo ancora noi, cittadini, ben nascosto tra le
righe della bolletta della luce.
Elisabetta Patelli -Portavoce Verdi di Como
LA COMO CHE VERRA’
«Basta brutti palazzoni Ci vuole una rivoluzione»
Il leader dei Verdi, Elisabetta Patelli, boccia l’attuale sviluppo
urbanistico
«Non siamo quelli dei "no ". Solo da noi proposte radicali di
cambiamento» Ora
l’abbiamo capito. Sono il partito del "no" perché i loro "sì" sono
arrivati troppo presto. Un po’ come se avessero scoperto Internet prima
però che fosse inventato il telefono. È così che i Verdi si sono
ridotti, anche a Como, a vox clamantis in deserto. E la voce che grida
nel deserto è quella di Elisabetta Patelli, già consigliere comunale e
esperta proprio di urbanistica. C’è un’emergenza urbanistica?
Come no, mi pare evidente. Da cosa?
Dal fatto che ogni spazio libero o liberabile è stato occupato e il
volto della città è stato negli ultimi anni stravolto, con palazzoni
brutti, con un architettura pesante, scadente, invasiva, dal centro alla
periferia. Per fortuna il mercato ha rallentato. Benedetto mercato... Insomma... È triste pensare che il futuro della
città è salvaguardato dagli appartamenti invenduti. Dov’è la
politica? È assente.
Peggio. È connivente. Dalla Regione dove sono state fatte leggi che hanno permesso tutto, fino al
locale, che ha sviluppato preoccupanti intrecci tra affari e
amministratori. Un po’ è colpa anche dei Verdi. Dov’eravate, anzi: dove siete finiti?
Siamo diventati un capro espiatorio. Tutti a darci del partito del "no"
e deriderci, salvo poi correre da noi, quasi fossimo un’agenzia di
servizi, quando i
danni arrivano
sotto casa e
nessuno ti
ascolta. Ma
noi, ormai, a
posteriori, tolti dalle istituzioni che legiferano, possiamo fare poco. Ora c’è la Commissione paesaggio.
Bell’affare. Hanno messo personaggi politicizzati, bravi professionisti
anche, ma che si vantavano di preparare il piano regolatore nel loro
studio. Gente che ha costruito molto. Se non siete il partito del
"no", dica allora qualche sì. Certo. Dico sì, ad esempio, alla
riqualificazione del centro, secondo un urbanistica
moderna,intelligente, sul modello delle capitali europee. Un po’ vago.
Niente affatto. Io non sono per lasciare la città immutata, al
contrario, vorrei cambiarla radicalmente in meglio. Cosa le occorrerebbe?
Dieci anni da sindaco. Un progetto ambizioso.
Ma noi ambiziosi lo siamo e questa visione alta, se mi è permesso di
chiamarla così, l’abbiamo pagata in consenso. In concreto, cosa farebbe? "Ricucirei" la città. Partendo dal piano
Gelmini. Cosa c’entra il ministro?
Non il ministro, bensì Pietro
Gelmini uno dei più grandi studiosi di mobilità. Nel 1992 si occupò di
Como con una ricerca accuratissima e fece una serie di proposte
rivoluzionarie, rimaste in un cassetto. Sarebbero attuali?
Come no? L’idea principale era di pensare alla zona che va dalla Ticosa
fino al Borgovico come un elastico. La proposta era di spostare in
galleria la ferrovia, con una strada tangenziale a ridosso della
montagna e davvero una città "ricucita". Non proprio opere da poco. Certo. Vede che allora i Verdi non sono il
partito del "no"? Anzi, il progetto prevedeva di scoprire il Cosia e
restituire un corso d’acqua alla città, con viali alberati e piste
ciclabili. Qualche domanda a bruciapelo. La nuova Ticosa? Abbiamo venduto un pezzo
di città, senza ottenere nulla di significativo in cambio. Un’occasione irripetibile? La riqualificazione del San Martino. Deve
assolutamente essere il parco urbano che alla città tuttora manca. Io
vedo un luogo dove passeggiare, dove vivere la natura, dove universitari
e cittadini possano vivere meglio. Il nuovo assessore Rallo? L’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Con la
sua oratoria sarebbe capace di venderti un’auto senza ruote, ma
l’urbanistica esige altro e alcune sue "visioni" di città mi sembrano
più allucinazioni. Il futuro dove si gioca?
Nel sistema di mobilità. Siamo stati i primi a proporre il metrò
leggero. Occorrono parcheggi in periferia per i pendolari e un sistema
di trasporti efficiente. Ho in mente Strasburgo. Negli anni Novanta
hanno rivoluzionato la città, con interventi epocali, e ora hanno un
gioiello di centro urbano. Noi invece siamo fermi. E dicono che sono i
verdi il partito del "no"...
Giorgio Bardaglio (La Provincia 27 febbraio 2009)
Uno degli alberi monumentali più significativi di
Como sacrificato ad una “riqualificazione” senz’anima
Maestoso, alto, con le fronde ampie, straordinario punto di attrazione
durante le feste natalizie quando, splendidamente illuminato, giocava il
suo ruolo da protagonista della piazza inondandola di luce e di allegria
natalizia, anche ora, nonostante sia abbandonato all’incuria totale (si
intravedono tra i rami resti di vecchie decorazioni) risulta
determinante con la sua presenza in quel contesto urbanistico e
architettonico. Stiamo parlando del grande cedro di piazza Verdi su cui
sta per calare la scure di una condanna a morte emessa dai nostri
Amministratori per assecondare chi ha deciso che la povera pianta è un
fastidio ed adombra la facciata del teatro Sociale. La sua chioma verde
non adombra nulla, anzi valorizza e impreziosisce le architetture
circostanti, la piazza e persino l’intero comparto, così mortificato
invece da uno svil u p p o urbano disorganico e frammentato. Una pianta
entrata oramai a far parte della memoria storica dei comaschi, tanto che
la
Soprintendenza,
proprio per questo motivo, le ha attribuito un valore di “monumentalità”
e quindi un parere favorevole al suo mantenimento in loco.
A nulla è valsa la petizione popolare che nel giro di un paio di mesi ha
raccolto 2500 fi rme subito consegnate al Sindaco dai Verdi e dai
rappresentanti del Comitato spontaneo di salvaguardia. Accolte e subito
messe nel cassetto le firme dei cittadini, l’Amministrazione ha portato
avanti un progetto di “pedonalizzazione” della piazza che ha il pregio
di spostare l’accesso delle auto all’Arena, ma dimostra la sua timidezza
nella semplice traslazione del parcheggio nell’area antistante e la sua
prepotenza nell’abbattimento del cedro senza che ve ne siano motivi
validi: la pianta infatti sarebbe assolutamente compatibile con le opere
di sistemazione, se non fosse che qualche autorevole interlocutore del
Sindaco ha deciso diversamente e che probabilmente lastricare la pianta
senza ingombri di verde è più economico.
Forse quest’Amministrazione potrebbe rifl ettere, assieme agli illustri
tecnici che fanno parte delle presunte Commissioni per la salvaguardia
del Paesaggio sul tema “piazza”, e mettere in discussione la sua
tendenza a realizzare solo deserti lapidei senza verde né ombra che
risultano inagibili e inospitali, come piazza Fulda.
Forse questa Amministrazione, invece di dar motore alla seghe, potrebbe
rammentare che nella passata tornata amministrativa il Comune aveva
approvato il “piano del verde” (faticosamente ottenuto dagli
ambientalisti), un piano urbanistico specifi co, come nelle città più
avanzate, che consente di programmare il verde urbano non in modo
frammentario, ma con un’ottica di sistema.
Guardando dall’alto la nostra città sfi gurata dalle recenti colate di
cemento, si capisce perché anche questa delibera è stata insabbiata. Di
più: un Comune che, lasciando le mani libere alla speculazione, non si è
ancora dotato di un Piano di Governo del territorio come prescrive la
legge, perché mai dovrebbe dotarsi di un piano del verde?
In questa città ormai rassegnata al taglio delle piante (da citare le
defunte essenze monumentali del viale Geno, abbattute perché malate,
anche se a detta degli agronomi era una malattia guaribile), alle edifi
cazioni invasive e ad un verde mortifi cato, perorare la causa di un
albero e’ un impresa da Sisifo. Eppure la presenza degli alberi è
fondamentale: ogni quartiere per essere vivo deve avere un giusto
equilibrio tra edifi cato, strade e verde. L’albero non è un orpello:
l’albero produce ossigeno ed abbatte le polveri sottili (funzione
vieppiù utile nelle città di oggi strette nella morsa
dell’inquinamento), crea ombra, è dimora di passeri, di merli e di
insetti; ci ricorda le stagioni e lentamente entra a far parte della
nostra vita. Monumenti e alberi, poi, sono un binomio perfetto: cosa
sarebbe Roma senza i suoi pini o Miramare senza i suoi lecci?
Troppo facile lanciare accuse di ecologismo conservatore! No, è una
questione di cultura e di rispetto per la natura, per i cittadini, e per
il patrimonio comune. E’ anche una questione politica.
Fingendo attenzione verso la volontà dei cittadini, il Sindaco ha
ipotizzato di spostare la pianta, con la stessa insensibilità ambientale
che continua a considerare ilverde solamente un ingombro, e con una
certa disinvoltura nella gestione dei nostri soldi, dato che l’espianto
oltre a mettere in pericolo la pianta comporterebbe l’impiego di ingenti
somme di denaro pubblico. E’ stata una battaglia sul versante politico
condotta dagli ambientalisti in prima linea, ma che ha coinvolto in modo
trasversale moltissimi cittadini di ogni età e credo politico; tuttavia
contro l’arroganza non c’è ragione: le motoseghe stanno per entrare in
azione.
^ Elisabetta Patelli