In questo
paese sembra sempre più difficile fare un ragionamento lucido e a
favore dell’interesse comune. Le vicende articolate vengono
semplificate e ridotte a questioni di bianco o nero, mentre quelle
semplici vengono ingarbugliate per diminuirne la limpidezza.
Le ingerenze nella sfera privata delle persone da parte di un
nutrito contingente della classe politica non portano nemmeno più la
cifra di un’appartenenza partitica, tanto si somigliano. E anche
l’informazione sembra conformarsi acriticamente al trend dei
Palazzi, non esercitando quella che dovrebbe essere una delle sue
prerogative essenziali: fornire strumenti per interpretare
l’attualità di maggior interesse sociale, oltre che fare cronaca.
Il caso dell’imminente referendum che mira ad abrogare alcuni punti
della Legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA)
è da manuale. A un passo dall’appuntamento referendario, c’è da
scommettere che la maggior parte degli italiani non è ancora
riuscita a comprendere le ragioni per cui il 12 giugno sarebbe
giusto recarsi alle urne e votare, in un senso o nell’altro. Per
fortuna esistono sacche di buona comunicazione sul problema, ma la
loro capacità di raggiungere il grande pubblico è praticamente
nulla.
Ancora una volta, insomma, si è perduta l’occasione per dare alla
gente un’opportunità per esercitare con un minimo di consapevolezza
il più semplice dei diritti civili: il voto, sia pure “solo”
referendario.
Quasi tutti i giornali ci hanno aggiornati con puntualità svizzera
sul gossip elettorale delle “first lady” nazionali e delle soubrette
della domenica. È stata dispensata una dose equina di notizie sulle
dichiarazioni o i silenzi di convenienza dei più noti volti della
politica patinata. Finora però nessuno ha mosso un dito per
trasformare in conoscenza diffusa le distorsioni della Legge 40 che
il referendum vuole abrogare. Si corre il rischio che la maggioranza
degli italiani diserti il voto non per una presa di posizione
meditata, o per aver aderito con cognizione di causa alla campagna
del non voto, ma per scarsa conoscenza del problema.
Eppure, un effetto discutibile la Legge 40 l’ha già sortito in modo
plateale. Basta navigare on line con un normale motore di ricerca
per scoprire che il viavai delle coppie italiane che cercano
all’estero un figlio in provetta ha dato luogo a un mercato niente
male. Il web pullula di siti di centri medici stranieri che
propongono, in perfetto marketing italiano, pacchetti turistici che
fondono vacanza e trattamenti sanitari per la coppia con difficoltà
riproduttive. La detestabile espressione di “turismo procreativo” è
entrata nel vocabolario popolare come quella ancora più detestabile
di “turismo sessuale”. Così il grande business dell’embrione è già
cominciato, e al di là delle Alpi sono in molti ad averlo capito.
Solo gli inflessibili della Legge 40 non se ne sono ancora accorti.
L’unico barlume di sensatezza ad aver riempito il vuoto informativo
del pre-referendum è la considerazione, più volte ascoltata, che la
PMA solleva interrogativi delicati, tanto che ogni decisione in
questa materia dovrebbe discendere da una riflessione profonda dei
singoli cittadini. Purtroppo però non è stato chiarito con
altrettanta efficacia che la Legge 40 fa piazza pulita di questa
possibilità, dal momento che il suo primo effetto è quello di
oscurare la libertà di scelta individuale e imporre un unico punto
di vista basato sulla morale cattolica. Un punto di vista legittimo,
intendiamoci, ma “uno” fra gli altri.
L’aspetto più nitido di questa Legge, che per il resto è confusa,
difficilmente applicabile e perfino di dubbia costituzionalità, è il
suo carico simbolico. Il testo mette le mani avanti e indica i veri
depositari dell’etica del vivente: la parte conservatrice del mondo
cattolico, la sola con cui fare i conti in materia di embrioni. Non
viene minimamente presa in considerazione la possibilità di un’etica
laica, di una visione diversa del mondo in cui la vita rivesta
un’importanza indipendente dal credo religioso e le donne siano
degne custodi della loro psicologia e della loro biologia.
Dobbiamo ricordare che fra i soggetti più autorevoli che difendono
la Legge 40 figura il Movimento per la Vita, il cui Presidente Carlo
Casini, in veste di deputato al Parlamento Europeo nonché membro
della Commissione Giuridica, nel 1998 votò a favore della Direttiva
98/44/CE sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche,
sia in Commissione sia in aula: un sì al brevetto biologico che in
un solo colpo mise d’accordo i precetti della fede con quelli della
mercificazione biologica.
Viene da chiedersi quale sia la natura dell’embrione in seno a
questa concezione del mondo, che con una mano agita la bandiera
della sacralità della vita e con l’altra apre la porta alla sua
brevettazione. La domanda può suonare provocatoria, invece è
soltanto inevitabile, perché la natura dell’embrione ormai sembra
trovare posto soltanto fra l’incudine e il martello: l’incudine di
uno status giuridico opinabile, per la semplice ragione che poche
cellule umane indifferenziate non sono necessariamente assimilabili
a una persona, e il martello del grande appetito commerciale che
attorno alla manipolazione della vita si è sviluppato.
Il buon senso suggerirebbe che nessuna delle due strade è
percorribile. Bisognerebbe ribadire con onestà che, nelle decisioni
che toccano la sfera privata, la natura dell’embrione è realmente il
frutto di una riflessione delle persone. E nello stesso tempo
occorrerebbe dire con fermezza che, nel contesto sociale, la natura
dell’embrione va salvaguardata con norme attente a evitarne la
trasformazione in merce.
Venendo molto sinteticamente, quindi senza pretese di completezza,
al succo dei temi referendari, deve essere chiaro che dare
all’embrione una dignità giuridica diversa, cioè subordinata a
quella della “persona”, non significa negare diritti al primo
(secondo quesito referendario). Significa soltanto che i due
soggetti non possono coesistere in un regime di parità di diritti.
Se così non fosse, si verificherebbero situazioni paradossali, come
il caso non raro in cui una gravidanza diventata imprevedibilmente
rischiosa renda necessario salvare una vita per non perderne due:
non si può esitare su chi deve avere la precedenza.
Chi intravedesse nell’eventuale vittoria del sì al terzo quesito
referendario (quello sulla ricerca biomedica) un passo verso un uso
improprio degli embrioni, che apra per esempio la strada alla
clonazione e alla mercificazione biologica, solleva un dubbio
sensato, ma nell’immediato la situazione non sembra prefigurare
preoccupazioni. In generale, per quel che concerne la clonazione
riproduttiva (quella più temuta per i rischi di eugenetica), ogni
paese in cui esiste una regolamentazione sulla medicina riproduttiva
l’ha vietata. La Dichiarazione di Oviedo del 1997, ratificata nel
2001 anche dall’Italia, vieta la clonazione umana a fini
riproduttivi e la creazione di embrioni da usare nella ricerca; e
anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (2000)
sancisce i medesimi principi. Nel nostro paese, tra l’altro, esiste
dal 1999 un provvedimento amministrativo del ministero della Sanità
il cui contenuto va nella stessa direzione. Ciò non toglie che il
tema sia serio, dal momento che altri paesi hanno adottato norme più
permissive, soprattutto in merito all’uso delle cellule staminali
embrionali e alla clonazione terapeutica. La Camera dei Lord della
Gran Bretagna, per esempio, nel 2001 ha usato il concetto di
“pre-embrione” – formulato dalla nota Commissione Warnock che nel
1984 fissò al 14° giorno la soglia oltre la quale considerare
“embrione” il prodotto del concepimento – per dare il via libera
all’utilizzo delle cellule staminali di embrioni umani generati a
scopo di ricerca. Le norme sono invece decisamente più restrittive
in Germania e in Austria. Diverso è il caso degli USA, dove fino a
qualche anno fa la clonazione terapeutica era ampiamente praticata.
A partire dal 2001 tuttavia l’Amministrazione Bush ha bandito ogni
forma di clonazione, promettendo dure sanzioni ai trasgressori.
Ma allo stato dell’arte sono proprio i limiti tecnico-scientifici
della clonazione a fornire il miglior deterrente alla produzione di
embrioni da impiegare come serbatoi di cellule staminali. Chiunque
abbia un minimo di familiarità con l’argomento sa che, dalla pecora
Dolly in poi, tutti i tentativi di clonare mammiferi (dai roditori
ai primati) attraverso la tecnica del trasferimento di nucleo, allo
scopo di disporre di animali fotocopia sani e completi per gli
obiettivi più vari, sono falliti. Anche il recente studio sudcoreano
pubblicato da Science, basato su circa 200 ovociti prelevati da 16
donne cui sono stati trasferiti i nuclei di cellule somatiche di
donatori malati, ha segnalato problemi.
Tutte queste difficoltà sono sufficienti a non prendere troppo sul
serio coloro che, anche in Italia, hanno l’abitudine a rilasciare
dichiarazioni roboanti sui loro progetti di clonazione. Ma certo è
che un controllo è necessario, per evitare le iniziative di finti
scienziati e apprendisti stregoni.
Su un piano diverso però dovrebbe essere posto il problema degli
embrioni crioconservati. In questo caso si deve riconoscere
l’utilità che questi embrioni, di cui sono pieni i laboratori di
medicina riproduttiva (ce ne sono oltre 30.000 solo in Italia),
potrebbero rivestire qualora fossero usati per studiare metodi di
cura di alcune malattie degenerative. Gli embrioni congelati
nell’arco di uno o due anni si deteriorano, ed è difficile ritenere
che per loro la via della discarica possa costituire un destino
migliore e più dignitoso di quello della sperimentazione. Resta
sempre aperta la possibilità che, per ragioni di fede o per altre
ragioni, molte coppie giudichino inaccettabile questa eventualità.
Nulla vieta allora che, una volta superati gli scogli insensati
imposti da questa legge, si stabiliscano regole utili a far
rispettare gli orientamenti di queste coppie, prevedendo per esempio
l’istituto della “donazione volontaria”.
Ma con la Legge 40 è stato messo a segno un altro colpo contro il
buon senso, che introduce elementi che rendono difficile, se non
impossibile, la sua stessa applicazione. La Legge, infatti, nel
limitare l’accesso alle tecniche di fecondazione artificiale alle
sole coppie sterili e infertili, impedisce anche di sapere se gli
embrioni da impiantare saranno esenti da patologie ereditarie (primo
quesito referendario). È evidente che molte coppie portatrici di
malattie di questo tipo vorrebbero ricorrere alla fecondazione
artificiale per evitare che i loro figli ne siano affetti. La
diagnosi genetica preimpianto consentirebbe di eludere il rischio, e
di selezionare gli embrioni da trasferire in utero, ma è vietata
dalla Legge 40 (articolo 13). Il che è in aperto contrasto con
l’articolo 31 (comma 2) della Costituzione italiana, che contempla
sia la protezione della maternità sia la tutela del concepito nella
propria aspettativa di nascere sano. Secondo la nuova legge sulla
PMA, l’unico caso in cui è permesso evitare il tasferimento degli
embrioni prodotti in vitro è legato all’eventualità di uno sviluppo
anomalo riscontrabile attraverso un’analisi preimpianto su semplice
base morfologica. Il problema è che questo tipo di analisi nella
maggior parte dei casi non consente di arrivare a una valutazione
medica precisa. Su questo punto si è aperta una vera e propria
polemica, anche perché al contempo esiste un’altra legge, la 194,
che prevede la possibilità di abortire qualora l’embrione mostri
anomalie nelle indagini prenatali eseguibili a partire dalla
dodicesima settimana di gravidanza. Per dare un’idea della
deontologia con cui è stata messa a punto questa parte del
dispositivo di legge, molto eloquente è stata l’affermazione
pronunciata alla televisione dal Ministro italiano Giovanardi che,
nel ribadire la coerenza del divieto di analisi preimpianto, ha
argomentato senza alcun imbarazzo che in tutti i casi di
trasferimento di embrioni anormali le donne possono usufruire della
scappatoia dell’aborto! Non deve apparire strano dunque che alcuni
validi studiosi italiani abbiano ravvisato in questo articolo della
Legge 40 l’inizio di una manovra sotterranea per smantellare la
Legge 194, che autorizza e disciplina le interruzioni di gravidanza.
La Legge 40 stabilisce inoltre che per ogni trattamento di
fecondazione assistita tre debba essere il numero massimo di ovociti
fecondati che si possono ottenere in vitro, senza possibilità di
produrre embrioni sovrannumerari da inviare a crioconservazione per
ulteriori cicli di trattamento, nel caso in cui i cicli precedenti
non fossero andati a buon fine. I tre embrioni inoltre devono essere
obbligatoriamente trasferiti in blocco nell’utero materno,
nonostante l’alta probabilità di gravidanza plurima che ciò
comporta. Ciò rappresenta un ulteriore segnale dello spirito che ha
guidato il legislatore, oltre che un punto di nuovo controverso sul
piano dell’interpretazione del concetto di tutela dell’embrione e
della madre, perché la gravidanze plurigemellari sono ad alto
rischio per la salute di entrambi.
Infine il legislatore ha deciso che è reato ricevere gameti da
soggetti esterni alla coppia (quarto quesito referendario). Su
questo punto della legge non è il caso di soffermarsi troppo a
lungo. Le ragioni che hanno spinto a operare in questa direzione
sono evidentemente di carattere ideologico, e possono avere a che
fare soltanto con una concezione limitata e di parte della
maternità/paternità. Non può essere questa l’impostazione che porta
all’elaborazione di una legge su una materia tanto critica. L’idea
che la genitorialità sia unicamente o primariamente un fatto
biologico trova confutazioni in ogni campo della vita sociale, della
scienza e della stessa osservanza religiosa. Usando questo metro, si
dovrebbe allora considerare un reato il ricorso all’adozione, e
magari ripristinare il crimine di adulterio. Tutte le culture
moderne hanno sviluppato un’idea di genitorialità basata
sull’enfatizzazione del rapporto affettivo che si instaura fra
adulti e figli, che prescinde dalla sua natura biologica o adottiva.
Per concludere, una considerazione particolare meritano le
dichiarazioni di eminenti figure istituzionali che hanno promosso il
“no” ai quesiti referendari attraverso il non voto. Senza entrare
nel merito dell’opportunità di esternazioni del genere da parte di
alte cariche pubbliche, va comunque considerato che la propaganda
astensionista per disertare le urne stravolge l’istituto del segreto
elettorale, perché permette di identificare il votante con il voto.
Se il “sì” al referendum si trasforma in “chi va a votare”, e il
“no” in “chi si astiene non andando a votare”, il voto diventa
palese, il che rende facilmente ricattabile l’elettore e solleva di
nuovo dubbi di costituzionalità.
Lella Costa: «La legge
sulla fecondazione un insulto non solo per le donne, io voterò
quattro Sì per abrogarla».
ROMA Lella Costa è inarrestabile. Non riesce a fermarsi la fanciulla
«immersa in un mondo fiabesco», divenuta suo malgrado «metafora
della follia contemporanea». Appena finita l’applauditissima tournée
teatrale, «Alice una meraviglia di paese» (con la regia di Giorgio
Gallione), eccola con l’agenda già piena zeppa di impegni. Il suo
nome è teatro, tv di qualità, radio e impegno civile (da sempre con
Emergency). Ieri a Milano, oggi a Roma, alla conferenza stampa del
Comitato per il sì che apre ufficialmente la battaglia per
modificare una legge molto ideologica, per niente laica, che spacca
sia destra sia al centro. Trasversalmente. Lella Costa sarà
testimonial nella campagna referendaria e il 9 giugno a Milano, la
sua città, chiuderà insieme a Barbara Pollastrini, coordinatrice
nazionale delle donne Ds, la maratona pro-referendum.
Quattro sì e un impegno pubblico?
«Certo, senza dubbio alcuno, è una battaglia importantissima. Di
leggi brutte in questi ultimi anni ce ne hanno scodellate un bel
po’, ma questa qui è la peggiore. È medievale, offensiva, violenta,
invade territori e fasi della vita senza alcun rispetto. Mi sembra
doveroso spendere il proprio impegno e il proprio tempo per
modificare quesot testo».
Lei a Londra ha partecipato ad un dibattito con gli italiani
residenti all’estero e ha parlato del referendum. Come è andata?
«È stato un incontro su libertà e giustizia, una esperienza
straordinaria. Con me c’era anche Katia Zanotti, dei Ds, e la cosa
che mi ha colpito è stato questo diverso sguardo sull’Italia di
persone che da più o meno tempo e con più o meno distanze
geografiche e emotive stanno da un’altra parte. Ci guardano e non
riescono a capacitarsi di quello che sta succedendo qui. Credo che
su questi temi, che dovrebbero essere garantiti dalla libertà di
scelta degli individui, all’estero facciano fatica a capire
l’invadenza della legge 40 nella vita delle persone. Percepiscono un
preoccupante senso dell’andare indietro nel tempo».
A proposito di questo, come le sembra il dibattito in corso sul
tema?
«Intanto credo ci sia stato un tentativo di far passare sotto
silenzio questo referendum contando sul fatto che in fondo in fondo
dovrebbe riguardare una piccola percentuale dei cittadini.
Un’operazione subdola e piuttosto offensiva. Per fortuna, di contro,
vedo un grande impegno femminile di solidarietà e un grande senso di
condivisione dei principi a sostegno dei sì. Posso ritenermi
fortunata perché ho avuto tre figlie in modo naturale, ma ho vissuto
anche episodi di gravidanze con gravi patologie che ho dovuto
interrompere con grande dolore e so che ogni donna che è stata
toccata da queste problematiche ha una sensibilità acutissima, è
pronta a mettersi in gioco per difendere i suoi diritti».
E gli uomini?
«Mi spiace molto che gli uomini non si siano sentiti offesi e
violati da una legge così proibitiva. Il progetto di fare i figli in
genere coinvolge un paio di persone, un uomo e una donna appunto.
Non voglio neanche parlare, in questo paese, di maternità di donne
sole omosessuali... Dico però che mi sembra un peccato il fatto che
la legge e la sua abrogazione sia stata considerata una faccenda di
donne. Lo è in gran parte per quanto riguarda gli aspetti negativi e
invasivi delle norme, per il resto il messaggio che deve arrivare è
che si tratta di una battaglia di tutti, a prescindere dai figli che
si hanno e da quelli che si avranno».
Che ne pensa degli inviti all’astensione?
«Trovo che l’astensione sia una delle cose peggiori da auspicare in
questo caso. Piuttosto è meglio invitare a votare no. Stimo
moltissimo Rosy Bindi, mi spiace che la pensi in modo diverso da me,
ma apprezzo quando dice “vado a votare no”. Questa è la differenza.
Non votare è la peggiore dimostrazione di mancanza di rispetto delle
regole, di incapacità di confrontarsi anche duramente ma lealmente
sui temi in discussione. Nessuno prima ha fatto le campagne
sull’«andate a mare» così vistose e organizzate».
Stavolta è nato anche il comitato «andate a mare»...
«Immagino che avremo anche le tribune referendarie con ospiti in
studio che andranno a sostenere la politica del non voto. Mi sembra
piuttosto offensivo».
Quindi il suo è un impegno a tutto campo per il sì?
«Farò il possibile, impegni permettendo, perché ho ben presente
anche un altro rischio: la legge sull’aborto».
Nel suo lavoro teatrale su Alice ha inserito nel testo anche gli
embrioni. Ci racconti.«
Ho una vera passione perLewis Carrol e da lì è partita l’idea di
lavorare su Alice. Poi, ho voluto parlare dell’infanzia e ho usato i
dati del rapporto Unicef 2005: sono agghiaccianti. Si tratta di
numeri da paese delle meraviglie. Mi è sembrato pertinente, nel
clima dell’assurdo e del grottesco di Carrol con questa filastrocca
della mamma crudele al contrario. arrivare anche agli embrioni che
tutti vogliono tutelare. Peccato, mi sono detta, che poi in Italia
ci sono 400mila bambini tra i 7 e i 14 anni che lavorano. Se
vogliamo difendere gli embrioni iniziamo a fare una vera politica di
tutela dell’infanzia. Mi chiedo, con una certa preoccupazione, cosa
proporrà adesso il ministro della Sanità Francesco Storace che
quando era governatore voleva inserire gli embrioni nello statuto di
famiglia».
Aiutiamoli
I Verdi rilanciano l'appello di diverse Ong, tra cui Medici senza
frontiere, di inviare aiuti urgenti alle popolazioni colpite dal
tremendo maremoto
Dopo il tragico maremoto che ha messo in ginocchio una delle aree
più povere e disagiate del pianeta, si è messa in moto in Italia e
nel mondo, una gigantesca macchina della solidarietà, cui
partecipano l'Onu e governi, anche un nutrito cartello di
organizzazioni non governative, come Medici senza frontiere e
tanti altri.
I Verdi rilanciano queste iniziative, chiedendo a tutti, come ha
fatto ieri il presidente Alfonso Pecoraro Scanio, di fare uno sforzo
per poter inviare aiuti immediati alle popolazioni colpite dal
devastante evento sismico.
Msf è tra le ong più impegnate sul posto. Ha completato l'invio di
un aereo cargo con 32 tonnellate di medicine e materiale
medico per le operazioni di soccorso, spedizione che permetterà di
avviare progetti d'emergenza per soccorrere tra le 30.000 e le
40.000 persone nel nord di Sumatra, la regione più vicina
all'epicentro del terremoto.
Un pool d'emergenza di Msf si è inoltre già mobilitato per valutare
i bisogni in India, Malesia, Indonesia, Sri Lanka.
L'associazione ha lanciato una campagna di raccolta fondi
straordinaria per raccogliere almeno 1,5 milioni di euro per avviare
i primi soccorsi.
E’ possibile contribuire sottoscrivendo per Medici Senza Frontiere -
Campagna raccolta fondi ''Maremoto in Asia'' Ccp 87486007 - causale
''Maremoto in Asia'' chiamando il Numero verde: 800996655, oppure su
internet con carta di credito.
E’ fondamentale l'immediatezza dell'intervento, che può fare la
differenza nel salvare migliaia di persone, ha detto Stefano Savi,
Direttore generale di Medici Senza Frontiere Italia. “I soccorsi –
ha continuato – sono urgentissimi per chi ha subito traumi e per i
malati, ma le popolazioni colpite sono precipitate in una situazione
d'emergenza umanitaria e sono esposte ad epidemie e malattie
infettive”.
Per quel che riguarda le altre organizzazioni, la
Croce rossa
ha lanciato un appello per raccogliere 5 milioni di euro,
con l'obiettivo di assistere i circa 500 mila sinistrati e di
sostenere le operazioni di soccorso. La mezza luna ha già messo a
disposizione 650 mila euro di fondi propri destinati alle emergenze
internazionali.
L’Unicef
si sta attivando per la riunificazione familiare dei
bambini rimasti soli nel caos seguito al maremoto e anche Save the
Children si sta mobilitando, attraverso i suoi operatori sul posto,
per assistere le piccole vittime del disastro e le loro famiglie.
Anche la rete
Caritas internazionale
sta già intervenendo per accompagnare il difficile lavoro che le
chiese locali stanno svolgendo a favore delle popolazioni colpite e
sta attivando una raccolta fondi. La Caritas Diocesana di Roma
ha attivato un conto corrente postale (Caritas Diocesana di Roma -
Piazza S. Giovanni in Laterano 6/A, 00184 Roma ccp 82881004 Causale
''SOLIDARIETÀ SUDEST ASIATICO'')
Nel Tamil Nadu, lo stato dell'India meridionale più colpito dal
maremoto, dove è presente da un paio d'anni, si sta invece attivando
il
Cesvi,
l’organizzazione italiana, in partnership con l’ong tedesca Agro
Action.
Redazione di Verdionline
29 dicembre 2004
12 ottobre 2004
Al Mangiasano il bio-mercatino di Como, un
appuntamento fisso per la sicurezza alimentare e la buona tavola, I
Verdi di Como presentano la bici elettrica
Como, torna sabato 16 ottobre il bio-mercatino mangiasano organizzato dai Verdi
di Como e dall'Associazione Verdi Ambiente e Società - VAS in Piazza x
I Verdi di Como saranno presenti in Piazza con un gazebo, dove saranno a
disposizione dei cittadini e dei giornalisti informazioni sulla campagna Bici
elettrica, con la possibilità di effettuare prove; contemporaneamente sarà
possibile firmare un appello rivolto al Comune di Como per aiutare i cittadini
che volessero acquistare questa innovazione nel trasporto urbano.
Potrebbe tornare ogni mese, il secondo sabato, con la volontà di continuare a
crescere, ingrandirsi e offrire sempre maggiore scelta di prodotti sani,
biologici e di qualità ai cittadini di Como e dei Comuni limitrofi.
Nell’edizione di sabato 16 ottobre, che si svolgerà dalle 9.00 alle 18.00, hanno
già confermato la presenza 12 espositori, tra produttori biologici e artigiani
ecosostenibili. In vendita ci saranno frutta e verdure, formaggio di capra e
vaccino, vino, sughi, conserve e olio campano, pane, dolci e torte, yogurt e
crepes, tutto rigorosamente biologico. Ma ci saranno, come sempre, anche
espositori di oggetti d'artigianato, indumenti di cotone, lino e canapa non
trattati chimicamente, prodotti d'erboristeria, cosmetica e medicina naturale.
I Verdi di Como con “Mangiasano – Il Biomercatino” sono riusciti a creare a Como
un'occasione di aggregazione sociale, un evento che partendo dalla sicurezza
alimentare e dalla qualità dei prodotti biologici promuove uno stile di vita
alternativo e naturale, non dimenticando di sostenere i piccoli produttori.
Il rapporto diretto tra produzione e consumatore è infatti un'altro aspetto
importante e peculiare di mangiasano: è consuetudine infatti che il cittadino
che si avvicina al banco per acquistare gli ortaggi, il pane, il miele o le
conserve, chieda al venditore informazioni sulle modalità di produzione, sulle
caratteristiche dei prodotti e sugli indicatori di qualità degli stessi.
Elisabetta Patelli.
20 settembre 2004
Ed ora parliamo di caccia
Siamo in piena stagione di caccia. Molti di noi vivono
in città e hanno della caccia una percezione lontana,
spesso distorta, a volte romanzata, ma la caccia e’
altro:uno sport crudele che ammazza animali e mette a
repentaglio la vita di altri uomini e di molti animali
domestici.
I cacciatori cacciano tra le case, a 500 metri dalla
loro auto.E se decidiamo di fare una passeggiata in
campagna possiamo sentire spari e latrati dei cani
molto vicini. Anche nella passata stagione di caccia i
morti tra gli umani sono stati 50 in Italia, spesso
cacciatori che si impallinano tra di loro, ma che a
volte colpiscono anche qualche estraneo.
Quest'anno tra le prime vittime, oltre a cani e gatti,
un bambino figlio di un cacciatore E' ora di finirla,
con questa assurdità: i cacciatori possono girare
armati anche nelle proprietà private, e guai a provare
a discuterci.
Per questo aderiamo e invitiamo tutti ad aderire alla
iniziativa Comitati di "Caccia il
Cacciatore":cittadini, persone qualsiasi, che vivono o
lavorano in campagna, oppure che, pur vivendo in
città, frequentano quello splendido patrimonio che è
la natura italiana , appassionati di escursionismo,
cercatori di funghi o altro ancora.
Persone che devono fare i conti con coloro che in
quelle stesse campagne vi si recano non pacificamente
bensì armati, non per viverci, lavorarci o godere
della loro quiete e bellezza, ma per farvi uso di armi
da fuoco, uccidendo e mettendo a repentaglio la
propria e l'altrui incolumità: i cacciatori .
Ogni
singola persona puo’ aderire e richiedere materiale
informativo da distribuire, per farsi promotori
dell'iniziativa .Il materiale inviato è totalmente
gratuito.”
Si può far parte della Rete anche pubblicizzando il
sito www.cacciailcacciatore.org/html/.
Per un’adesione non piu’ personale bensi’ pubblica da
parte di strutture pubbliche e private( negozi, bar,
ristoranti, alberghi, circoli, associazioni, palestre,
ecc.) l’iniziativa prende il nome di Rete “No alla
caccia”. All'atto dell'adesione verranno inviati
l'adesivo e la locandina, da apporre nel locale.
Certo sono momenti terribili, e uno dice: con 400
bambini morti in Ossezia e vittime di guerra tutti in
giorni, cosa vuoi che sia… Sono momenti terribili, e -
proprio per questo - dobbiamo resistere a ogni costo.
Resistere vuol dire - mentre là fuori c'è chi uccide -
difendere ogni essere vivente. Senza fare classifiche:
una vita è una vita.
Elisabetta Patelli.