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IL BAMBINO E GLI
ANIMALI
Le ricerche psicologiche degli ultimi
decenni hanno chiaramente messo in evidenza la notevole
importanza del rapporto del bambino con l’animale. Questo
rapporto va inserito nel più vasto ambito relazionale che è
costituito dal rapporto con il diverso. Si tratta di uno
degli aspetti fondamentali del processo di socializzazione.
Il bambino deve sviluppare le sue capacità empatiche, quelle
capacità che lo mettono in grado di immedesimarsi negli
altri sia sul piano cognitivo che su quello emozionale, cioè
di condividere in qualche modo, nei limiti delle possibilità
umane, i pensieri e i sentimenti degli altri. Deve a poco a
poco cessare di sentirsi il centro dell’universo attribuendo
a tutti gli altri i propri pensieri e le proprie emozioni,
come se tutti fossero fatti a sua immagine e somiglianza.
L’egocentrismo deve a poco a poco cedere il posto alla
consapevolezza del diverso. Il bambino deve costruire un
ponte che gli permetta di passare sull’altra sponda, quella
su cui si trovano gli individui diversi da lui, per età,
sesso, condizioni economiche, cultura, specie, o anche
semplicemente perché sono altri da lui e hanno quindi
inevitabilmente una personalità diversa. All’inizio il
bambino parla con l’animale, convinto che questo lo capisca,
gli dà il suo cibo, i suoi vestiti. Dà per scontato che
l’animale sia come lui, abbia le sue stesse esigenze. In
questa fase delicata del suo sviluppo psicosociale gli
adulti che gli stanno vicino devono aiutarlo a mettersi nei
panni dell’animale, a capire che l’animale è un essere
diverso, con esigenze diverse.
Il rapporto tra il bambino e l’animale è particolarmente
importante anche per quanto riguarda il problema della
violenza. Negli ultimi trent’anni infatti la ricerca
psicologica ha dimostrato che nei bambini e negli
adolescenti che manifestano frequenti comportamenti violenti
nei confronti degli animali sono spesso presenti disturbi
psicologici, soprattutto atteggiamenti e comportamenti
aggressivi anche nei confronti delle persone. Oppure la
crudeltà dei bambini e degli adolescenti verso gli animali
può essere un indicatore potenziale di una situazione
esistenziale patogena che in molti casi prelude ad
atteggiamenti e comportamenti antisociali che questi
soggetti avranno da adulti. Nel 1987, nella revisione del
Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali curato
dall’American Psychiatric Association, tra i sintomi del
disturbo della condotta è stata inserita la crudeltà fisica
nei riguardi degli animali. Il disturbo della condotta, che
viene in genere diagnosticato nell’infanzia o
nell’adolescenza, è definito come “un modello ripetitivo e
persistente di comportamento in cui i diritti fondamentali
degli altri o le principali norme o regole sociali
appropriate ad una determinata età vengono violati”.
Per citare solo i casi più clamorosi vorremmo ricordare che
negli Stati Uniti alcuni giovani protagonisti delle recenti
stragi perpetrate nelle scuole nei confronti di compagni, di
insegnanti e, a volte, anche dei genitori, avevano in
precedenza torturato o ucciso degli animali. Inoltre nelle
biografie di famosi pluriomicidi americani sono stati
riscontrati spesso episodi di estrema crudeltà nei riguardi
di animali.
Nel 1996 il senatore americano William Cohen, oggi Ministro
della Difesa, ha rivolto un’interpellanza al Congresso
chiedendo, sulla base dei risultati della ricerca
psicologica in questo campo, pene più severe e un adeguato
supporto psicoterapeutico per gli adolescenti colpevoli di
atti violenti nei confronti di animali, come pure un’azione
coordinata di magistrati, poliziotti, psicologi, psichiatri,
veterinari ed educatori per un’efficace azione di intervento
e per prevenire più gravi, future violenze. In quell’occasione
il sen. Cohen ricordava il caso di un ragazzo di 13 anni che
aveva ucciso un bambino di 4 anni. L’anno prima aveva
strangolato il gatto di un vicino.
In particolare i comportamenti crudeli di bambini e
adolescenti nei confronti di animali sono spesso indicatori
di una situazione familiare e ambientale particolarmente
problematica. Si può trattare di violenza fisica (ad
esempio, un padre violento che picchia la propria partner, i
figli e l’animale domestico, se la famiglia ne possiede
uno), di violenza psicologica, di abuso sessuale. Spesso è
proprio la segnalazione di maltrattamenti nei riguardi di un
animale domestico a rivelare una situazione di rischio della
famiglia in cui vive l’animale e a sollecitare quindi
ulteriori indagini ed interventi. In una famiglia violenta,
che ha un animale domestico, i comportamenti aggressivi
verso l’animale possono essere manifestati sia dagli adulti
che dai bambini. Tuttavia ci sono anche alcuni casi di
bambini che, pur vivendo in contesti familiari violenti,
manifestano comportamenti amorevoli ed empatici verso i loro
animali domestici. Anzi, spesso l’animale è per loro una
fonte insostituibile di conforto affettivo e di sicurezza.
Il rapporto tra la violenza che si subisce e la violenza che
si esercita è assai complesso e dipende da molte variabili
esistenziali. Quindi la correlazione tra la prima e la
seconda, come pure la correlazione tra violenza nei riguardi
degli animali e violenza nei riguardi delle persone, messe
in evidenza dalla ricerca psicologica, hanno una validità
statistica, cioè vanno considerate come una tendenza
generale e non come una regola che vale per tutti gli
individui.
Non sempre gli atti di crudeltà nei riguardi degli animali
compiuti da bambini e adolescenti sono così atroci come
quelli riportati dalle cronache. Inoltre si tratta spesso di
comportamenti in parte legati a tradizioni culturali (come,
ad esempio, la caccia alle lucertole). Questo non significa
però che questi comportamenti debbano essere sottovalutati,
né tanto meno ignorati ed etichettati disinvoltamente come
“attività ludiche”. Le tradizioni non sono le sole fonti di
conoscenze per il bambino. Negli ultimi anni la scuola si è
fatta spesso portavoce di molte problematiche ambientali,
della necessità del rispetto dei diritti degli animali e del
problema della loro sofferenza. Anche i mass media, seppure
in modo limitato, hanno ampliato le conoscenze dei bambini
sul comportamento animale. Nella nostra società quindi un
bambino, superata la prima infanzia, è di solito consapevole
delle conseguenze psicologiche e fisiche che i suoi atti
violenti possono produrre sugli animali.
Abbiamo visto come la ricerca psicologica ha dimostrato
l’associazione tra crudeltà verso gli animali e violenza
verso le persone. La ricerca psicologica sta ora cercando di
verificare se programmi educativi tesi a sviluppare nel
bambino un atteggiamento di rispetto nei confronti della
natura e di empatia nei confronti degli animali siano in
grado di sviluppare un rapporto più positivo ed empatico
anche nei confronti delle persone. I risultati finora
raggiunti sembrano confermare questa ipotesi.
Il rapporto del bambino con l’animale è stato utilizzato
anche con finalità terapeutiche. Alludiamo alla “terapia con
i pet (1)” un tipo di psicoterapia che si basa sulle
conseguenze positive del rapporto fra un essere umano e un
animale. La terapia con i pet si è dimostrata
particolarmente efficace nel caso di bambini autistici.
L’animale ha dimostrato di essere per loro un ottimo
intermediario per stabilire contatti con gli altri esseri
umani. Negli Stati Uniti si stanno realizzando alcuni
programmi di rieducazione per quei ragazzi che hanno
compiuto atti violenti verso gli animali. Questi ragazzi
devono prendersi cura di animali da fattoria abbandonati o
maltrattati o collaborare alle cure e all’addestramento di
animali che sono in attesa di essere adottati. Scrive
Davidson: “Lo scopo di questi programmi è quello di
promuovere nei ragazzi sentimenti di empatia ed aiutare
quelli che hanno avuto storie terribili di abuso o di
trascuratezza a provare un amore incondizionato e a
prendersi cura senza alcun rischio di qualcuno diverso da
loro stessi”.
Prof. Francesco Robustelli
Istituto di Psicologia
del Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.) |
Igiene in gravidanza
http://www.vitadidonna.it/ gravidanza_00000c.html
Alimentazione in gravidanza
http://www.gravidanzaonline.it /alimentazione/ consigli_dietetici.htm
ANEP (Associazione Nazionale
per l’Educazione Prenatale)
www.anep.org
Ministero della Sanità
www.sanita.it/
Istituto Superiore di Sanità
www.iss.it
Istituto Nazionale
della Nutrizione
inn.ingrm.it/
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