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PER UN’ECOLOGIA DEI
SENTIMENTI
Piccolo elogio della paura, del dolore, della lentezza
Ogni genitore – da sempre – vorrebbe per
i suoi figli una vita scevra da traumi, senza timori,
completamente serena.
Ma (che questo sia possibile o no) i bambini sono anche
tristi, aggressivi, patiscono blocchi, fanno incubi,
incontrano difficoltà.
Le reazioni immediate dei genitori sono il senso di colpa ed
un ansioso vissuto di inadeguatezza che sfocia nel controllo
su ogni attività del figlio, generando una meta-rimozione
che nega a priori la possibilità di una libertà espressiva
sentimentale.
I bambini, nella nostra cultura, debbono essere allegri,
attivi, sicuri di sé, sviluppati in tempi rapidi, dinamici,
ottimisti, immortali.
Qualsiasi deviazione dallo standard di questo “consumismo
sentimentale” suscita inquietudine e insicurezza.
I bambini, nel loro diritto alla felicità che è diventato un
dovere, sembrano ormai prigionieri delle angoscie degli
adulti.
Ma la paura, l’aggressività, la tristezza (tranne casi in
cui assumono accezioni psicopatologiche) sono espressione di
fasi necessarie e salutari per lo sviluppo.
Il problema non è il loro manifestarsi ma le reazioni che
attivano.
“Giorni fa mio figlio si è leggermente sbucciato un
ginocchio. Usciva poco sangue ma in compenso lui urlava a
squarciagola: ‘Muoio! Muoio!’. È stato terribile” racconta
un padre ancora spaventato. “Mi sentivo completamente
impotente!”.
La verità è che le paure dei bambini fanno paura a mamma e
papà e scatenano, interrogativi e dubbi sulle capacità
genitoriali, alimentando fantasie di un’educazione senza
paure che è un paradosso logico perché è come ipotizzare una
sana alimentazione senza cibo.
Le paure dei bambini, infatti, non si possono affrontare con
perfezionismi pedagogici che generano solo rigidità e
supportano i falsi sé: servono e bastano risposte sincere
che si adattano all’età e alle esigenze dei piccoli.
E – soprattutto – basta osservarli e saper imparare dal loro
modo coraggioso e magico di porsi davanti a quanto li
spaventa, uccidendo la paura con il gioco, la creatività ed
i rituali.
“Dopo aver visto il film di Peter Pan per un po’ ho avuto
una paura tremenda dei coccodrilli ricorda” Francesco, un
vivace bambino di sette anni. “Pensavo fossero sdraiati
sotto il mio letto, pronti ad assalirmi. Non avevo il
coraggio di fare neanche il più piccolo movimento. Poi mi è
venuta un’idea: io sapevo che questi animali mangiano
moltissimo. Allora ho distribuito attorno al letto
cioccolatini e caramelle. Avrebbero divorato quelli per
primi ed io sarei stato salvo. La mattina dopo però tutti i
dolci erano lì. Così ho pensato: ma qui non ci sono
coccodrilli! E me li sono pappati tutti io. Mi è venuto un
gran mal di pancia...”.
Soren Kierkegaard amava ricordare che la paura è possibile
solo in presenza di libertà. La libertà di svilupparsi, di
cominciare qualcosa di nuovo, di osare, di andare incontro
al mondo, è collegata alla paura, una paura che rende
inventivi, costruttivi e creativi e che fa nascere e
fortifica la consapevolezza di sé e della propria autostima.
Una paura che fa crescere.
Lo stesso tipo di reazione fobica – da parte degli adulti –
si verifica con il dolore e, in maniera ancora più
amplificata, nell’incontro (teorico o reale) con la morte.
Ai genitori può sembrare innaturale considerare la morte un
elemento integrante dello sviluppo infantile.
Fino a sei anni per i piccoli la morte non rappresenta il
termine di tutto. Questo concetto è legato a simboli precisi
ed a esperienze personali: “l’uomo nero”, il buio, la
malattia, il dolore. È solo con l’età scolare che
l’irrevocabilità della fine entra nel loro orizzonte visivo.
Però, mentre i bambini esprimono spesso con grande
naturalezza il desiderio di sapere, alcuni adulti reagiscono
con imbarazzo, sono esitanti e reticenti.
I bambini non esigono risposte perfettamente corrette;
vogliono solo risposte adeguate, cioè spiegazioni che
tengano conto del loro livello di sviluppo e del loro
bisogno di chiarezza.
Quesiti inerenti la morte ed il lutto, Dio ed il cielo, per
i piccoli sono normali, mentre gli adulti avvertono una
forte pressione perché queste domande toccano argomenti ed
episodi rimossi o negati. Quanto più la morte viene esclusa
dalla quotidianità dei genitori, tanto più profondamente i
bambini avranno l’impressione che le persone sulle quali
contano li lasciano soli di fronte a queste esperienze
angosciose, sentendosi, completamente allo sbando.
Nei casi di lutto reale, quando cioè muore una persona cara,
questo sentimento di solitudine è – a volte – portato
all’estremo.
I bambini non vengono coinvolti nei riti di separazione, non
sono informati, viene loro negato il diritto di piangere, di
esprimere sgomento, paralisi, rabbia.
La perdita viene allora a configurarsi come inelaborabile
perché il loro lutto è negato, ferito da una spirale di
pericoloso amor protettivo e dalla incapacità degli adulti
di “reggere” il dolore dei più piccoli.
Spesso, infatti, non è la morte l’evento stigmatizzante ma
le circostanze affettive che intorno a questa si generano e
che fanno sì che, tra silenzi, omissioni e rimozioni, la
perdita diventi l’elemento intorno a cui si costruisce la
storia emotiva del bambino e dell’adulto che sarà.
Marco, un bambino di sette anni, perde il papà
all’improvviso. Reagisce con uno choc. Si raggela e si
allontana da tutti. Diventa sentimentalmente impenetrabile.
La madre, dolorosamente, accetta il rifiuto.
In seguito si mostra artificiosamente allegro e iperattivo:
cerca di vivere un pezzo di vita normale nell’allagamento
del dolore.
La madre lo guarda e sa che non è vero ma non lo forza.
Poi diventa rabbioso, risentito, pieno di odio verso il
padre che li ha abbandonati. Adotta atteggiamenti
distruttivi.
La madre lo contiene ma non lo penalizza mai e resta al suo
fianco. Passa ancora del tempo ed un giorno Marco chiede di
poter usare la cartella del padre come zaino per andare a
scuola.
La madre lo asseconda, anche se muore di tenerezza quando lo
vede uscire con una borsa più grande di lui…
Altri mesi e, timidamente, compare la nostalgia: “Mi manca
papà...”.
La madre gli mette in camera tutte le foto del padre. Marco
ne sceglie cinque e le dispone sopra il letto.
Quando compie dieci anni toglie tutte le immagini del
genitore che non c’è più e, insieme alla cartella, le
restituisce alla madre.
“Non ne ho più bisogno... Ho tutto nel mio cuore!”.
Pina e Claudia sono due bambine di sei e otto anni che
giocano sempre insieme ad una vecchia gatta di nome Sofia,
ultimo regalo della nonna prima di morire.
Sono un trio inseparabile.
Una mattina il papà si sveglia e trova Sofia stecchita nel
corridoio. D’accordo con la moglie, decide rapidamente di
sotterrarla in giardino per evitare un dolore alle figlie a
cui, ovviamente, non dice nulla. La sera, inoltre, torna a
casa con un’altra bellissima micia grigia. Pina e Claudia
cercano la loro gatta e rifiutano quella nuova. Le
spiegazioni sulla scomparsa di Sofia sono vaghe. Le bambine
cominciano a strutturare comportamenti aggressivi e violenti
che culmineranno nel tentativo di dare fuoco al nuovo
animale. Ci vorrà del tempo ed un funerale in perfetta
regola per Sofia perché le cose tornino a posto...
Quello che queste storie ci insegnano è che anche per i
bambini la morte, la perdita, la separazione comportano
lutto, dolore e rabbia.
Molti genitori pensano di dover evitare tutto questo ai loro
figli perché ancora “troppo piccoli” e perché ritengono che
queste emozioni rappresenterebbero un aggravio inutile.
Ma ogni lutto esige lacrime che, peraltro, tutto fanno
tranne che “indebolire” il bambino.
Chi nega loro questi sentimenti rischia che sia poi il caos
emotivo a prendere il sopravvento.
Un ultimo brevissimo accenno ai ritmi.
Genitori, ma spesso anche educatori, non sempre lasciano ai
bambini il tempo necessario per percorrere uno sviluppo
affettivo a loro adeguato.
I bambini vengono costantemente confrontati con i propri
fratelli, con i figli dei vicini, con le immagini della
pubblicità.
Ma la maturazione affettiva non ha un andamento lineare di
avanzamento o un progresso verticale: può essere fatta di
passi avanti, regressioni, balzi e stasi.
Ed è soprattutto un processo che, in quanto tale, risente
moltissimo dei fattori contestuali.
Un esempio per tutti: può rappresentare un problema per i
genitori quando i piccoli non vogliono abbandonare il
ciuccio o togliersi il dito dalla bocca, oppure riprendono
di nuovo queste abitudini smesse da tempo. Mamma e papà non
si rendono conto della funzione psichica che queste attività
ricoprono: i bambini, infatti, adottano questi comportamenti
in situazioni di stress, quando cioè debbono scaricare
tensioni legate, soprattutto, all’area della separazione. In
questo senso ciucciare e succhiare fa bene alla psiche.
Chi toglie ai figli questo modo, liberamente scelto, per
superare lo stress, non si intromette semplicemente in una
qualsiasi attività infantile, ma li sottopone ad una
privazione, crea un vuoto.
Se, in questi casi, non si offrono al piccolo alternative
adeguate o se, addirittura, si interviene con la forza,
facendo uso di divieti e pressioni, si generano paure e si
producono incertezze o altre abitudini che saranno molto più
radicate ed inestirpabili.
Mariella aveva sei anni quando i genitori le inibirono, con
maniere forti, di succhiarsi il dito.
Allora era una bambina sicura di sé, che si spingeva sempre
al limite delle proprie possibilità fisiche ed emotive. Per
lei succhiare il dito era una forma di meritato relax dopo
aver compiuto qualche sforzo.
Oggi ha undici anni: continua ad essere una bambina curiosa
ma è grassottella e troppo appesantita per la sua età. Da
quando le è stato vietato di ciucciare il dito, infatti, ha
cominciato a mettere in bocca tutto quello che le capitava
tra le mani. E ciò si verifica nelle stesse situazioni
emotive in cui prima ricorreva al “dito”.
Un giorno Virginia, di cinque anni, confida alla madre che
il ciuccio non le serve più perché “ormai è grande”.
Però non lo vuole buttare via perché le potrebbe tornare
voglia.
La madre lo sistema in un barattolo e lo mette in un
armadio.
Virginia nei mesi seguenti lo riprende un paio di volte e
poi lo dimentica.
Anche Giovanni in prima elementare fa la stessa
dichiarazione ai genitori ma chiede loro di poter mettere
nella cartella il suo amato ciuccio.
Appena esce da scuola lo succhia per cinque minuti, mentre
torna a casa in macchina con la madre, e poi lo ripone.
Dopo tre mesi il ciuccio scompare.
In altre parole, sono i bambini a decidere da soli il tempo
che occorre loro per poter elaborare incertezze e timori.
Certe volte gli si può dare una mano. Ma ciò è possibile
solo se si procede con cautela e se ci si orienta in
considerazione delle specifiche caratteristiche del bambino.
In ogni caso funziona solo se il bambino è pronto ed ha già
elaborato tecniche alternative per superare le sue paure di
separazione.
Il monito alla lentezza ed al riconoscimento dei ritmi
personali è sempre un buon richiamo, soprattutto in questi
tempi culturali di rapidità ed omologazione...
D.ssa Anna Cotugno
Associazione “Il Prato Celeste”
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Igiene in gravidanza
http://www.vitadidonna.it/ gravidanza_00000c.html
Alimentazione in gravidanza
http://www.gravidanzaonline.it /alimentazione/ consigli_dietetici.htm
ANEP (Associazione Nazionale
per l’Educazione Prenatale)
www.anep.org
Ministero della Sanità
www.sanita.it/
Istituto Superiore di Sanità
www.iss.it
Istituto Nazionale
della Nutrizione
inn.ingrm.it/
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