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Corriere della Sera 29/03/2005
Gli accampamenti abusivi
LA CITTA’ DEGLI ULTIMI 8.000
«Troppe baraccopoli, la città non ce la fa più»
IL TERRITORIO
Il Comune ha «ereditato» 6 insediamenti abusivi con l’acquisizione
di un territorio nella zona Sud-Est della città, tra Rogoredo e San
Donato
I PROGETTI
La zona è ritenuta strategica da parte del Comune per le vie di
comunicazione e la realizzazione del «villaggio dello sport»
LE PERSONE
che vivono nei 6 «nuovi» insediamenti a Sud di Milano
GLI ABITANTI
delle baraccopoli nel territorio di Milano LE FAVELAS
che da pochi mesi sono «passate» al Comune
IL CASO
Sei favelas. Alcune di poche baracche. Altre già simili a piccoli
paesi, costruiti con legno e lamiera. Ospitano 6-700
extracomunitari, per lo più rom. E rappresentano l’ultima emergenza
per il Comune, che gestisce già con fatica le 6-8 mila persone che
occupano le baraccopoli ai margini della città. Una situazione
esplosiva, tanto che l’agenzia delle Nazioni Unite per il diritto
alla casa ha inviato una lettera alle istituzioni locali. Le
richieste: un rapporto sulle condizioni di vita dei nomadi e maggior
«impegno nella costruzione di insediamenti abitativi più stabili».
La storia delle 6 favelas ha origine da un investimento di Palazzo
Marino. Nel 2002 il Comune delibera l’acquisizione di un vasto
territorio a ridosso dei confini Sud-Est della città che apparteneva
al «Consorzio Po navigabile Milano-Cremona» (ente creato durante il
fascismo al fine di realizzare una via d’acqua di comunicazione tra
il capoluogo lombardo e il fiume).
Tre milioni e mezzo di metri quadrati che ospitano cascine, campi
coltivati, vecchi impianti. Su quel territorio il Comune ha in
programma grossi interventi, tra cui la realizzazione del villaggio
dello sport. È però solo dopo la definitiva acquisizione (fine 2004)
che la polizia locale ha potuto ispezionare la zona, scoprendo le
sei favelas che ora si trovano nei confini comunali.
«I problemi di gestione - avverte l’assessore alla Sicurezza, Guido
Manca - saranno enormi. La città non ce la fa più a sostenere il
peso di questi insediamenti. Le proteste sono continue, gli
investimenti già sufficienti per sistemare le situazioni critiche.
Ma Milano non può andare oltre, serve una politica di distribuzione
sulla Provincia».
A testimonianza di queste difficoltà, c’è una lettera arrivata ai
primi di marzo negli uffici di Regione, Provincia, Comune, questura
e prefettura. Mittente: l’Advisory group on forced evictions,
organismo dell’Onu per la vigilanza su situazioni abitative di
crisi. Dopo aver esaminato le denunce raccolte da vari comitati
(sullo sgombero del palazzo di via Adda e la situazione nei campi di
via Barzaghi e Triboniano), l’agenzia ha chiesto a Palazzo Marino un
rapporto dettagliato sulle baraccopoli di Milano. E offerto la
disponibilità a compiere una «visita» in caso di invito (l’agenzia
non ha facoltà di intervento senza accordo). «Non abbiamo nulla da
temere - risponde Manca - con la ristrutturazione del campo di via
Triboniano che partirà nelle prossime settimane abbiamo fatto già
più del nostro dovere».
L’agenzia Onu chiede anche un maggior «impegno nella costruzione di
insediamenti abitativi più stabili per i migranti rom» e che vengano
attuate «tutte le misure necessarie al fine di promuovere la loro
integrazione nelle comunità locali». Su questo tema il capogruppo
della Margherita a Palazzo Marino, Andrea Fanzago, presenterà
un’interrogazione in consiglio: «L’Onu chiede conto al Comune -
spiega - di situazioni ormai insostenibili, sia per i cittadini, sia
per gli abitanti. Purtroppo però in questi anni non si è fatto
nulla».
Una spinta potrebbe arrivare dalla Provincia, che in questi mesi sta
allacciando rapporti con i sindaci dell’hinterland per una
distribuzione più razionale dei nomadi: «Il problema è ormai
ingestibile per Milano - conclude l’assessore ai Diritti dei
cittadini, Carla Corso - ma bisogna intervenire perché non degeneri
verso il territorio circostante. La strada: piccoli insediamenti che
offrano reali possibilità di inserimento».
Gianni Santucci |